La vita degli ultimi che insegna alle mafie la vita meravigliosa

Sono trascorse meno di due settimane dall’ignobile attentato che la sera del 04 Gennaio del 2020, ha gettato nel panico molte famiglie di Via Alfonso I d’Aragona, risvegliando nei cittadini foggiani, lo spettro di quella Mafia che non si vede perché radicata nella vita e negli affari quotidiani, ma che si lascia udire per lanciare segnali di avvertimento.

Segnali di avvertimento che fanno meno rumore di quella paura che si vorrebbe ingenerare nelle persone e negli imprenditori, assoggettandoli ad ad una omertà indotta dalla paura, quella che “possa capitare a chiunque ed ovunque”, demolendo le certezze di una vita tranquilla, onesta e piena di sacrifici.

Il mutuo della casa, le rate della macchina, i libri di scuola, la piscina per i figli, le feste di compleanno, il dottore, un lavoro sempre più difficile e con meno certezze, le vacanze last minute per risparmiare, i sogni di una vita migliore e l’auspiecio di arrivare ad una pensione tranquilla com’è stato per i nostri genitori.

Questo è quello che ci vorrebbero togliere. In cambio di cosa? Di una vita che non comincia alle 06.30 fra il preparare colazioni, lavare i figli, prepararli per la scuola, iniziare una nuova giornata con poche certezze. No. La loro vita inizia alle 11 con l’aperitivo fra gli “amici” nel bar più frequentato. Suv e fuoriserie parcheggiate, vestiti ostentati, aria da spacconi con una licenza media inferiore o al massimo un diploma serale.

Queste le nuove leve, abituate a non lavorare, a pretendere con la forza per assoggettare il prossimo ai propri vizi, a sentirsi parte di un gruppo di simili primati, con un futuro ancora più incerto del nostro. Una vita vissuta alla Gomorra, ma con un epilogo segnato e fantasmi garantiti. Difatti per loro ogni giorno può essere l’ultimo, il cui esecutore può rivelarsi un amico, un rivale, una vittima.

Vanno in Chiesa, si confessano, pregano ma la loro ignoranza li accieca. Non gli permette di comprendere le cose belle della vita, della fede. Sono incapaci di provare sentimenti di vero amore, di pietà, di dolcezza ed anche quando crescono i propri figli, li proiettano alla stessa melma, allo stesso giudizio ed alla stessa fine.

Eppure quelle voci nel silenzio, di notte, che si elevano dalle proprie vili e codarde azioni, fanno più rumore delle bombe e per alcuni di loro diventano insopportabili al punto da svoltare il proprio cammino, collaborare ad un mondo migliore, altrimenti destinato ad una vita spenta, vuota, senza una luce e senza un domani.

Sono le voci di tante migliaia di persone che il 10 Gennaio a Foggia hanno manifestato contro la violenza criminale delle mafie. Migliaia di anime che hanno infuso coraggio e solidarietà agli “Ultimi”, ricordando che la vita onesta ed i sacrifici di ogni giorno, sono molto più belli, duraturi e felici di una vita accelerata, violenta, fragile e insicura.

Ed in tema di “Ultimi” particolarmente toccante e forse il più profondo e silenzioso gesto è stato quello di Pietro Paolo Mascione, vicepresidente dell’Associazione “Ultimi” per la legalità nata a Scampia e fondata da Don Aniello Manganiello a cui il 14 giugno 1975 a Milano fu ammazzata la madre, moglie di Antonio Mascione, brigadiere dei carabinieri del reparto operativo del Comando provinciale di Milano.

Pierpaolo (per gli amici), la mattina del 10 Gennaio, in silenzio e con profondo rispetto si è recato presso Via Alfonso I d’Aragona, luogo in cui i segni dell’ordigno ad elevata potenza distruttiva si sono incisi nei cuori e nelle abitazioni dei residenti, deponendo un alberello di ulivo, segno e metafora della nostra aspra terra e palloncini colorati, per ricordare ai bambini residenti, spaventati da quell’esplosione, l’unico sano fragore che provoca festosità.

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